Storie e Interviste

Una leggenda del volley sotto le 2 Torri: Andrea Lucchetta

Un campione di fair play, un esempio per i giovani, un meraviglioso comunicatore, un personaggio dei cartoni animati, un uomo di sport, un campione. Abbiamo intervistato Andrea Lucchetta.

Se dovessimo presentare Andrea Lucchetta sfoggiando il suo palmares da giocatore, tutte le pagine del magazine non sarebbero sufficienti.
Ci limitiamo, meramente per questioni di spazio, a dire che è una delle più grandi leggende del volley. Non solo, una volta appese le “mani al chiodo” ha saputo fare la differenza in tantissimi ambiti, dalla televisione, alla radio, dai social, alle telecronache, fino ai progetti per i giovani. Un personaggio a 360 gradi, un comunicatore del volley ma soprattutto dello sport in generale. Oggi è un bolognese di adozione perché ha scelto la nostra città per vivere e per far crescere i propri figli. Ed incontrarlo è stato per noi un onore e un privilegio.

© Pallavolo supervolley

Tu dici che “La poetica e i sillogismi servono a far appassionare a questo sport quante più persone possibili”: come ti sei inventato telecronista e qual è l’obiettivo del particolare linguaggio che utilizzi in telecronaca?

Uso le metafore per spiegare le cose più tecniche. Amo il pragmatismo, non mi piacciono le spiegazioni lunghe e il girare attorno al nocciolo della questione. Già all’epoca di quando giocavo io, le spiegazioni tecniche degli allenatori erano troppo lunghe durante i time out. Io volevo la spiegazione rapida, la soluzione veloce. Faccio uso di diversi tipi di linguaggio come quello dei cartoni animati, nei quali io divento il personaggio “Lucky”. Mi sono inventato uno stile tutto mio nel fare le telecronache, per raccontare in pochi secondi quello che tu, telespettatore, hai già visto. Spesso è inutile un commento prettamente tecnico, perché parlerebbe solo ad una fascia molto ristretta di pubblico. Quando devo spiegare concetti complicati come quelli tecnici, uso un linguaggio che faccia sorridere, che sia sopra le righe. Gioco sui cognomi, storpio i nomi dei giocatori, mi diverto per far divertire. Questo mi dà la possibilità di innestare quella leva che mi fa entrare nel “cazzeggio tecnico”. L’obiettivo dovrebbe sempre essere quello di allargare la base, attraendo sempre più pubblico e io cerco di farlo in questo modo.

©Pallavolo Supervolley

Com’è cambiata la pallavolo negli ultimi anni?

Tantissimo. Troppe novità. La prima tra tutte, l’introduzione del libero. Nella pallavolo anni ‘90 l’atleta era universalmente pronto e sapeva fare tutto sul campo. Ora la tecnica si è molto abbassata e i giocatori sono molto più specializzati nel fare solo alcune cose. Hanno cambiato anche l’attrezzo, ossia il pallone, che oggi è più leggero e ha più grip. Hanno introdotto il tocco del nastro che per me sta rovinando il gioco. Ora i giocatori possono lanciare la palla e attaccare il nastro, perché tanto il nastro si piega e viene sfruttato a proprio vantaggio, come fosse il settimo uomo in campo. Tutti questi tentativi che vanno nella direzione di spettacolarizzare il gioco, lo stanno invece snaturando.

Cos’è il progetto Spike?

Nasce quando ho smesso di giocare a pallavolo e ho deciso di aprire una ludoteca per bambini. Ho studiato i bambini in un contesto libero, facendoli divertire. In quel momento mi sono accorto che il linguaggio dei cartoni animati era molto importante ed efficace. Attraverso questo linguaggio ho deciso di far capire quanto sia bello ed importante lo spirito di squadra. Spike è un cartone animato andato in onda per tre stagioni. Mi sono inventato una storia che partisse dal dono della fiamma di Olimpia, e da sei vestali che hanno sei virtù diverse. Sei come i giocatori in campo nel volley.
Più l’allenatore che ha la virtù dell’umiltà. A giugno 2013 la serie è stata premiata con il riconoscimento FIABA dal Moige, nell’ambito dell’abbattimento delle barriere fisiche e culturali, per aver mostrato lo sport come momento di crescita e di unione tra persone culturalmente diverse. Ho voluto metterci dentro messaggi forti e importanti che fanno parte del mio percorso di vita. Sei sordo? Non è un problema. Lucky te lo spiega col linguaggio dei segni, trasformando la disabilità in abilità. Il tutto dentro un semplice cartone animato.

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Cosa ti ricordi della finale Scudetto 84/85 contro la Zinella?

Mi ricordo nitidamente l’intestardirsi da parte del mio palleggiatore e del mio allenatore, nel fare cose sbagliate e nel leggere male le partite. Affondammo come il Titanic e la Zinella meritò quello Scudetto nonostante noi fossimo molto più forti. Dentro la nostra squadra (Modena) c’era un vero e proprio disastro. L’anno dopo ci furono alcuni cambiamenti, arrivò Velasco in panchina e vincemmo subito lo scudetto.

Cosa manca a Bologna per tornare ad alti livelli sia nel volley maschile che in quello femminile?

Penso sia molto difficile attirare l’attenzione laddove ci sono squadre storiche come la Fortitudo e la Virtus che fanno parlare tanto di un solo sport. Fare presa in città come queste,per altri sport popolari come la pallavolo, è difficile. E poi a Bologna c’è anche il calcio… Bologna è una città che si presterebbe benissimo ad avere squadre di alto livello nel volley perchè ha strutture, qualità della vita, cultura sportiva, pubblico competente. Credo che per assurdo sia più facile che il mondo del volley femminile possa attrarre seguito e consensi perché si proporrebbe come alternativa ai club di basket e di calcio maschili importanti della città. Il volley femminile cattura le famiglie, e quindi i ragazzini ed i bambini. E poi, ogni volta che viene organizzato un evento a Bologna, il volley risponde
sempre alla grandissima.

Le ultime Final Four di Coppa Italia a Casalecchio: tutto esaurito e grande spettacolo. Come le hai viste in prima persona?

Entusiasmo alle stelle, squadre blasonate, tantissimo pubblico, famiglie, bambini, zero problemi di ordine pubblico, una vera e propria festa. Nel volley le forze dell’ordine guardano la partita. Questo per spiegare quanto possa essere unico il nostro sport. Bologna, per l’ennesima volta, ha dimostrato di poter offrire un family game che è il presente, ed il futuro, dell’evento sportivo in generale.

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Cos’è per te lo sport?

È la capacità di tirare fuori l’anima da un gesto tecnico e comprendere come la passione debba appartenere al divertimento. È il veicolo col quale si possono formare e migliorare le persone grazie al concetto dello sport di squadra. Per me la palestra non è una scuola di vita ma un circo. All’interno di questo tendone è tutto bellissimo e magico. Il problema è quello che c’è fuori dal circo…