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Maurizio Savi: il custode rossoblù

© Federica Molinari

L’onore è un dono prezioso che l’uomo fa a sé stesso.” Un aforisma attribuito sul grande schermo all’eroe di Scozia “Rob Roy” MacGregor, interpretato da Liam Neeson in una produzione cinematografica del 1995.
Maurizio Savi si è fatto questo regalo 65 anni fa quando venne alla luce a Calderara di Reno. La quasi totalità delle persone che hanno appena letto questo nome, si chiederà “E chi è?”. Maurizio è un signorotto dall’accento marcatamente (e fieramente) bolognese, che sotto a dei curatissimi baffi, trasuda amore per il proprio lavoro. È il custode dello Stadio Dall’Ara. È colui che apre e sèra l’óss, tutti i giorni, sette giorni su sette, ininterrottamente da 20 anni.
Tramite un amico, venni a conoscenza che il Bologna stava cercando un nuovo custode per lo Stadio. Mi sembrava un sogno, ebbi la possibilità di unire l’utile al dilettevole. Abbandonai il mio precedente lavoro da artigiano, facevo le pellicce, e diventai così il nuovo custode”.
La voce è quella di Maurizio Savi che abbiamo avuto la fortuna di incontrare all’interno del suo “ufficio”: uno stanzino 4 metri per 4, a non più di 15 metri dalla bandierina del calcio d’angolo tra la tribuna laterale e la curva ospiti. Targhette, foto della famiglia, documenti, attrezzi, ma soprattutto chiavi: ne avrà non meno di 200. Un uomo schietto, ironico, autentico, di quelli che puoi incontrare al bar o la domenica mattina mentre aggiustano qualcosa nel garage sotto casa.

© Federica Molinari

Un uomo legato alla famiglia e alla fede per il Bologna Calcio. “Sono tifoso del Bologna dal 1969. Ho vissuto lo spareggio con l’Inter, davanti a casa mia con la radiolina attaccata alle orecchie. Andavo sempre in Curva Andrea Costa, ma la curva di allora era un’altra cosa: mi ricordo benissimo che portavamo il fiasco di vino, il panino, qualcuno portava anche le lasagne: ci trovavamo a mezzogiorno, erano altri tempi”.

Maurizio ricorda tutto quello che ha vissuto allo Stadio negli ultimi 20 anni, anche il suo primo giorno di lavoro. “Ero venuto a provare, c’era ancora il vecchio custode che aveva altre condizioni di lavoro rispetto alle mie. Dico sempre che lui in 20 anni di lavoro si è comprato 3 appartamenti, io in 20 anni non mi sono comprato neanche la porta (ride)”. Una battuta dietro l’altra, una chiacchierata piacevole nella quale Maurizio ci racconta tutta la sua vita facendosi più serio non appena si tocca l’argomento famigliare. “Vivo dentro lo stadio, ho un appartamento a disposizione dove mi trasferii subito con tutta la famiglia: io, mia moglie e le mie due figlie gemelle. Per loro vivere dentro lo Stadio era sia un gioco che un privilegio. Potevano vedersi le partite gratis, potevano girare per gli spogliatoi, andare dove volevano”.

Il tono della chiacchierata torna ad essere più scanzonato quando ci racconta un episodio risalente al suo primo anno di lavoro. “Nella battaglia contro il Marsiglia, in semifinale di Coppa Uefa, quando è scoppiata la rissa, io mi sono buttato contro il centravanti di colore del Marsiglia per fermarlo. Ripensandoci ho rischiato davvero parecchio… Una volta avevo un ruolo importante in campo, parlavo anche col quarto uomo. Poi nel tempo il mio ruolo sul campo è diventato meno importante perché sono state introdotte tante altre figure, come il responsabile della sicurezza”.

© Federica Molinari

La settimana-tipo del custode è una routine che si ripete in maniera fedele: “Dal lunedì al sabato apro l’ingresso alle 8 del mattino e lo chiudo a mezzanotte. Il giorno della partita sono già attivo dalle 7, e fino alle 15 è un delirio perché ci sono mille cose da fare e devo essere pronto per qualsiasi problema si presentasse. Per assurdo il momento della partita è il momento in cui sono più libero. Pensa che il mio veicolo qui dentro è un macchino elettrico la cui carica dura 70 km. Durante la settimana mi dura 3 giorni. La domenica, verso le 15, ho già finito la carica…

Maurizio non ha persone alle quali si sente più legato di altre dopo 20 anni di lavoro col Bologna: “Io mi sento legato al Bologna. Le persone qui passano, qualcuna resta e io ho bellissimi rapporti con tutte le persone da 20 anni, ma ciò che resta sempre, per me, è il Bologna. Il ricordo più particolare, forse anche più bello, legato ad un giocatore è quello di Leonardo Colucci. Erano passati 3 anni da quando era andato via da Bologna, giocava nel Modena, e prima di una partita di Coppa Italia contro i “canarini”, durante il riscaldamento, ha fatto una corsa per venirmi a salutare ed abbracciare. Un gesto sicuramente normale che però porto sempre dentro di me. Un ricordo invece più simpatico è legato a Beppe Signori. Un pomeriggio è arrivato allo Stadio col Ferrari per l’allenamento. Lo faccio entrare da via dello Sport. Abbassa il finestrino, mi guarda e mi dice “Eh, se torno a nascere voglio fare il custode”. Gli ho risposto che se non si sbrigava gli rigavo tutta la fiancata”.

Con lui parliamo anche di attualità e di un argomento che lo riguarda molto da vicino: il nuovo Stadio. Che in altre parole, sarebbe il rifacimento della sua casa: “Il nuovo Stadio per me sarebbe un sogno. Sarei il custode di un gioiello che ci invidierebbero in tanti. Una città come Bologna, per la gente che ci vive, per l’importanza che ha, e per come vive lo sport, si meriterebbe di avere un impianto all’avanguardia”.

© Bologna FC

La chiacchierata volge al termine ma c’è ancora spazio per una domanda. Vogliamo sapere qual è l’aspetto che gli piace di più del suo lavoro: “Mi diverto. Mi diverto tantissimo, e questo penso sia tutto nel lavoro. Se tornassi indietro farei il custode tutta la vita. In 20 anni di lavoro non ho mai fatto un giorno di assenza, e ho perso solo una partita del Bologna. Era contro il Crotone. Quel giorno portai mia figlia all’altare” (si commuove). Maurizio Savi non è uno sportivo come altri che trovate nelle altre pagine. Non gareggia, non ha mai vinto niente. Maurizio Savi è semplicemente un grande uomo di sport. Una brava persona che ama la sua famiglia e il suo lavoro.
È l’elogio alla normalità.

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